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Per uno sportivo, vincere è un bisogno. Ma anche andare al bagno. Per questo gli eventi sportivi sono spesso interrotti da pause tanto naturali quanto clamorose. Eccone alcune.

Alzi la mano chi non ha provato un impeto di tenerezza per il povero Tom Dumoulin durante la 16esima tappa dello scorso Giro d’Italia. Costretto da un improrogabile richiamo della natura, il ciclista olandese ha dovuto abbandonare la bici e fare una pausa forzata davanti a pubblico e telecamere. La storia finisce comunque bene: Dumoulin diventa il primo olandese a vincere il Giro, viene eletto Cavaliere dell’Ordine di Orange-Nassau da Re Willem-Alexander, tutti applaudono, incidente (più o meno) dimenticato.

La domanda, però, resta: ma come la fanno gli atleti, quando non possono fermarsi?

Per i ciclisti, tutto gira intorno alla coordinazione del gruppo. Pare infatti che esista una regola non scritta che implica pause pipì congiunte per il gruppo durante le quali è moralmente vietato attaccare gli avversari. I ciclisti in testa tendono a farla dalla bici, sperando che tutto vada bene e che non finisca su di loro o sul pubblico festante.

Forse i più celebri casi di evacuazione pubblica vengono però dalla corsa a lunga distanza. E non stiamo parlando solo di pipì.

Correre per 42 km non è una sciocchezza, ma quello che è ancora più difficile è avere a che fare con un fenomeno che tutti i corridori prima o poi, hanno incontrato. Si tratta della cosiddetta “caghetta del corridore”, o runner’s trots. Nonostante il nome un po’ così,  si tratta di un fenomeno di cui ben il 71% dei corridori ha fatto esperienza e di cui non esiste una spiegazione univoca. Alcuni dicono sia di origine meccanica, tipo che far saltellare l’intestino per qualche ora di fila deve avere qualche conseguenza drammatica; altri, lo associano al sistema nervoso, e ci mancherebbe: voglio vedere chi, al pensiero di dover correre per 50 km, non se la farebbe sotto.

Scherzi a parte, ne sa qualcosa il povero marciatore Yohann Diniz, che alle scorse Olimpiadi di Rio, in testa alla gara e senza bagni chimici a portata di mano, ha continuato a correre lasciando che la natura facesse il suo corso.

Nonostante questi episodi distruttivi, il ruolo della pausa toilet in alcuni sport può diventare parte integrante della strategia di gioco. Come nel civilissimo tennis, dove ogni giocatore ha diritto a tre pause per ogni partita da 5 set. Tranne che a Wimbledon 2014, quando Rafael Nadal si trovò al centro di una polemica che lo vedeva accusato di  pause troppo frequenti, che a detta dei maligni servivano per interrompere lo slancio del suo avversario in semifinale.

E i nuotatori? Si perché diciamocelo, quella della pipì in piscina è un po’ una di quelle leggende metropolitane inventate dalle mamme per insegnarci la civiltà. Alla faccia del fantomatico liquido rosso rivelatore di infrazioni urinarie, però, pare che tutti la facciano.

Anche il super campione di tutto Michael Phelps, che ha battuto uno squalo in velocità ma che non ha tempo di uscire dalla vasca per andare al bagno durante gli allenamenti. E se la fa lui, è inutile fingersi sorpresi di quello che succede nelle piscine pubbliche. Due sono i casi: o siamo tutti campioni olimpionici, o siamo tutti un po’ buzzurri.

Non molto diverse le condizioni dei piloti di Formula 1. In una recente intervista all’ Ellen Degeneres Show, Lewis Hamilton ha spiegato che, in teoria, i piloti dovrebbero farla dentro la tuta. Avete letto bene. Ma mentre il bell’inglese ha tenuto a precisare che non è mai stato il suo caso, ha anche svelato come una delle leggende della F1, Michael Schumacher, fosse solito lasciarsi andare nell’abitacolo ad ogni gara.

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