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Un bagno mobile si lascia andare ai ricordi delle estati passate sulle spiagge italiane seguendo il profumo di un olio solare al cocco.

Tempo di lettura: 3 minuti

A me quello che piace di più di stare in spiaggia è il senso di comunità. Mentre di solito spunto tra la folla come un puntino rosso un po’ curioso, ci avete mai fatto caso che le cose più importanti al mare sono rosse?

Il pattino, il salvagente, la bandiera, la canotta del bagnino, il costume di Pamela Anderson?

Non è solo perchè ci si vede meglio in caso di emergenza, ma anche per una questione di resistenza. Provate a stare un paio di mesi sulla spiaggia senza mettere la protezione, poi fatemi sapere di che colore diventate. Qualcosa mi dice che quelle belle 50 sfumature di mogano sarebbero meno dorate e più simili al rosso di un semaforo.

A proposito di fermarsi. La settimana scorsa stavo per mollare, giuro. Sono andato in ufficio e ho piantato una scenata che per un attimo mi sono sentito un vero attore drammatico. Ah ma gliene ho dette. Anni di servizio e poi mi mandano a passare l’estate alla Sagra del Canederlo di Vipiteno? Cosa sono, i lavori forzati? D’accordo l’accesso universale al bagno, ma tenere lontano uno come me dalla spiaggia durante l’estate è un crimine. Sono troppo poetico.

“Ma se non ti piace nemmeno stare nel caos!” mi hanno risposto. “Tu sei un tipo più contemplativo, tranquillo. Ti lamenti sempre quando ti mandiamo agli eventi incasinati!” E hanno anche ragione.

Però io davvero non resisto: quando mi mandano in spiaggia torno bambino e mi sento felice. La spiaggia è la mia madeleine: basta che mi arrivi anche da lontano un sentore di olio abbronzante al cocco, ed ecco che mi ritrovo bambino, a fare le piste delle biglie col sedere. Non importa se con la stazza che ho, quando mi trascinavano per i piedi lasciavo dei solchi che nemmeno un aratro nel periodo di semina. Io ero felice sulla spiaggia, e lo sono tutt’ora.

È vero che io lavoro mentre tutti stanno in vacanza, ma è anche vero che mi sento veramente importante, al centro dell’azione in quel microcosmo sociale che sono le spiagge italiane. Mi sento un leone, con tutta questa gente contenta che va e viene, i gelati, quello del cocco, io adoro l’Italia d’estate. Come le signore di una certa età stanche della vita cittadina, se dipendesse da me mi piazzerei in spiaggia a giugno e me ne andrei a settembre, dopo aver letto l’intera bibliografia di Tolstoy. Ovviamente, se il mondo fosse perfetto e io non venissi interrotto ogni cinque minuti da un esercito di bagnanti bisognosi.

Non che dell’estate mi piaccia proprio tutto. Per esempio, quelli che entrano e si tirano dietro la sabbia di tutto il litorale Tirrenico mi danno un po’ fastidio. O come quelli che entrano e sbuffano perchè fa caldo. Complimenti Sherlock, ci sono 40 gradi e tu sei in un bagno mobile. Scusa se non siamo tutti dei Moveep e l’aria condizionata è un bene concesso a pochi.O come quelli che non prendono le cabine per fare i pidocchiosi, e poi pretendono di usarmi come spogliatoio con fuori una coda inferocita e armata di forconi, remi, e gonfiabili a forma di leocorno.

A me viene da sorridere, ma la settimana scorsa uno per poco le prende per sta storia. Io ho fatto finta di niente, ho lasciato che la folla se ne occupasse e ho continuato a leggere il mio Tolstoy, anche perchè poco prima l’avevo visto far cadere un mozzicone in terra.

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